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30.07.08 agosto 1, 2008

Posted by inscaper in Uncategorized.
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Ovviamente ho fatto un salto a Nùoro per aggiornare il blog. La prossima settimana dovrei prendere contatti per poter accedere alla rete da casa. La lavatrice è quasi sistemata, E procurerà il pezzo da sostituire oggi o domani. Ho iniziato ad utilizzare le date come titolo degli articoli sino a quando non potrò aggiornare il blog in diretta così posso dare riferimenti nel tempo senza possibilità di errore. Ho anche iniziato a grattare sulle corde della chitarra, suonare è ben altra cosa, sempre in aggiunta alla “terapia fisiatrica”, questa volta più centrata al recupero dell’arto sinistro. Non riesco a fare grandi cose, i barrè risultano abbastanza impegnativi e la resistenza è molto limitata ma posso verificare i progressi con il passare del tempo cercando di non forzare troppo perché ho già sperimentato che posso farmi molto male. Avrei preferito picchiare sui tasti di un pianoforte ma al momento non me lo posso permettere. È anche un ottimo esercizio per l’orecchio che riprende il contatto con suoni naturali e per il respiro, a volte canto a bocca chiusa. Uno strumento è un ottimo banco di scuola e un grande maestro. Il suono prodotto vi dirà chiaramente dove siete e cosa state “dicendo” come diceva S, la mia insegnante di pianoforte quando scarabocchiavo con la tastiera “Cosa stai dicendo?” con il suo bellissimo accento di Palermo.

I miglioramenti sembrano essersi consolidati, vorrei iniziare a ridurre ed eliminare alcuni farmaci, in modo particolare l’antidolorifico, ma inizierò lunedì prossimo perché questo weekend andrò a trovare gli amici a Luogosanto e non ho assolutamente voglia di essere infastidito dal bruciore/dolore e quindi divenire fastidioso. Per quanto riguarda la terapia topica seguo la regola classica dei tre giorni successivi alla remissione totale dei segni, purtroppo ancora ben visibili, all’interno del cavo orale. Anche esternamente inizio a notare dei miglioramenti ma ci vorrà più tempo, la barriera cutanea è quella che ha subito il danno maggiore durante la radioterapia.

L’ingresso

Molte cose non le ricordo di quel periodo ma quel giorno me lo ricordo bene. P & R mi accompagnarono all’Istituto, quest’ultima rimase con me anche per vedere dove venivo sistemato e dare notizie agli altri. Era una camera vuota a due letti. I letti erano stati puliti ma erano ancora da fare e ci sarebbe voluto un po’. Mentre attendevo che prelevassero il sangue, R scese per completare le pratiche di ricovero, dopo di ché uscimmo a fare colazione. Ci recammo in un pub li vicino dove mi gustai una bella fetta di Sackertort e una croccante brioche ripiena di crema pasticciera, la stessa crema guarniva anche esternamente la brioche. Il tutto all’insegna del “chissà quando potrò mangiare ancora di queste cose”. Rientrammo e un “bellissimo” giovane specializzando mediorientale mi visitò e compilò la cartella. Bellissimo è messo tra virgolette perché ricordo poco fisicamente il giovane ma su di me gli specializzandi che giungono da altri luoghi esercitano un fascino particolare, una speranza, come a dire “Possiamo ancora insegnare qualcosa, possiamo ancora cercare di migliorare questo pianeta”. Certo che è solo una fantasia, perché magari il giovane sceglierà di rimanere qui e di far avvicinare i suoi familiari, ma amo sognare.

Il pranzo dell’ospedale non era certo all’altezza della colazione al pub. Negli ultimi anni sia per motivi economici che gestionali, qualcuno sostiene anche igienici, molti ospedali hanno scelto di dare in appalto la preparazione e la consegna dei cibi a società esterne. Non mi interessa qui aprire un dibattito su “dipendenti che rubano/rubavano approvvigionamenti alimentari”, “perdita dei relativi posti di lavoro”, “qualità è anche fornire una dieta specifica per ogni singolo utente”, ecc. viviamo in uno stato che ospita nel proprio parlamento farabutti di ogni tipo ed è quindi una logica conseguenza, sebbene perversa, che molti cittadini cerchino di imitare lo stesso tipo di percorso che può condurre al potere.
Una delle cose per cui mi sono sempre battuto per i pazienti era un vitto ben preparato. La maggior parte dei pazienti è, per motivi e cause diverse inappetente, se poi vengono servite pietanze che anziché stuzzicare l’appetito te lo fanno passare completamente avremo certamente causato un danno al paziente. Un danno! Lo ripeto perché troppo spesso si punta il dito verso infermieri e medici come se il resto del personale che ruota attorno al paziente non commettesse azioni di questo tipo. Diverse volte sono sceso nelle cucine a “rompere le scatole” come dicono loro senza rendersi assolutamente conto di ciò che avevano combinato. Vi racconto un episodio che vale per tutti. Bambina con gravissima patologia intestinale in attesa di trapianto dello stesso, tra tutti i problemi che la piccola e la sua famiglia doveva affrontare c’era anche il fatto che poteva nutrirsi esclusivamente di carne di fegato ai ferri. Questa era la sua dieta quotidiana, fegato ai ferri, basta. Capite? Capite anche quanto mi girarono le scatole e perché scesi in cucina sbraitare quando un giorno arrivo la bistecca di fegato quasi carbonizzata? “C’è bisogno di scaldarsi tanto?” Mi spiace ma devo ammettere che ho augurato a quella persona lo stesso tipo di trattamento. Non sopporto le ingiustizie tra adulti ma se accade ad esseri viventi indifesi (bambini, anziani, animali, piante e rocce, ecc.) non ho nessuna compassione.

Ho divagato un po’ ma era necessario perché nel momento in cui ho scelto di trattare il paziente come un tutt’uno ho scelto anche di considerare qualsiasi aspetto come terapeutico. L’aria, l’acqua, il cibo, il movimento, le relazioni, ecc. tutto concorre nel favorire ed ostacolare i processi in atto. “Nutrire la Vita” è un atteggiamento che implica diverse scelte (a proposito vi consiglio l’ottimo saggio di Jullien Francois che porta proprio quel titolo edito da Cortina).
Nel pomeriggio iniziarono tutte quelle attività necessarie prima di un intervento importante, la camera iniziò a riempirsi di “presenze”. Fece la sua comparsa una pompa per infusioni endovenose, poco dopo arrivò tutto il gruppo per l’apparato respiratorio: maschera per l’erogazione di ossigeno con relativo umidificatore “Non è detto che ne abbia bisogno ma non si sa mai” preciso l’ausiliaria in turno; contenitore e sondini vari per la broncoaspirazione e vaschetta per il lavaggio dei sondini dopo l’uso. Infine una pompa per la nutrizione entrale.
Per me operatore quelle “presenze” erano familiari e mi suggerivano il quadro generale del mio aspetto al rientro dall’intervento, sapevo bene che mancavano altre “presenze” che avrei trovato al rientro, sostegni per il sacchetto delle urine e drenaggi vari, un archetto per tenere sollevate le coperte vicino al braccio, ecc. Nonostante la familiarità con le attrezzature la pompa per la nutrizione entrale fu quella che mi inquietò di più, forse perché mi rimandava al fastidioso sondino nasogastrico o perché nutrirmi in quel modo non mi sembrava naturale, di fatto non mi stava simpatica. Per un attimo mi misi nei panni di un paziente qualunque che non abbia la minima conoscenza di queste attrezzature, provai paura nel vedermi attaccato a tutti quegli attrezzi che avrebbero dovuto garantire le normali attività del mio corpo.

Le infermiere in turno mi depilarono il braccio e parte del lato della dove sarebbe avvenuto l’intervento. Il mio petto è glabro di per sé quindi parte del lavoro fu risparmiato, inoltre mi consegnarono rasoi monouso per depilarmi in sede inguinale. Per fortuna in stanza ero ancora solo, mi munii di un paio di traverse, chiusi la porta e depilai l’inguine da tutt’e due i lati. Doccia finale per rimuovere eventuali peli appiccicati e indossai il pigiama. Ero entrato completamente nel ruolo: l’operando di domani. Così mi avrebbero definito i colleghi dando consegna. La cena serale, come di regola, fu una minestrina. Il purgante che mi diedero non fece nessun effetto. Mi addormentai tranquillo. Avevo espressamente chiesto che nessuno si presentasse prima dell’intervento, una fatica veramente inutile! Avevo invece accettato che qualcuno si fermasse la prima notte ma solo se gli infermieri lo avessero accettato e ritenuto opportuno. Al mattino mi svegliai presto, chiusi la porta della stanza, aprii un po’ la finestra e fumai l’ultima sigaretta. Tornai a letto e attesi che l’infermiere in turno mi portasse il camice da indossare per scendere in sala operatoria. Arrivò con camice e preanestesia. Mi spogliai, indossai il camicie e assunsi il farmaco, spensi il cellulare e attesi “Caronte”. Un giovanottone sardo che mi portò giù. Lì un infermiere rumeno mi incanulò una vena periferica, stava scherzando sul fatto che non bisogna fidarsi degli infermieri rumeni perché arrivano dalla terra di Dracula quando giunse l’anestesista che il giorno prima mi aveva visitato. Ricordo solo le ultime parole ” Tra poco inizierà a dormire”. Ormai ero oltre le colonne d’Ercole in viaggio verso l’ignoto.

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