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25-07-08 luglio 29, 2008

Posted by inscaper in Uncategorized.
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E’ tornata l’acqua! Ne ho approfittato subito per iniziare a pulire in casa e fare andare la lavatrice. Sono stato a Nuoro per consegnare certificati vari, salutare i amici/colleghi, spedire un paio di mail e aggiornare il blog. Mi rendo conto di non avere una grande autonomia, sono tornato stanchissimo e con la parte irradiata irritata più del solito, non è solo la luce solare, ho mantenuto la parte più coperta possibile ma il solo alito di aria calda è in grado di irritare la parte. Ho viaggiato con calma guidando con la sola mano destra, mi sono accorto che anche un bel pezzo di territorio nei pressi di Molia è andato distrutto dal fuoco. Una vera tragedia!
Ho cercato di usare la mano sinistra solo quando era necessario per non esporre l’avambraccio al sole. È la sede dove è stato prelevato il muscolo utilizzato per ricostruire il pavimento della bocca. L’essere umano è veramente incredibile, ha la capacità di ricostruire parti di corpo e contemporaneamente quella di distruggere ettari del pianeta che lo ospita!

Riprendo il discorso della stupidità, dell’ultimo articolo. E’ importante, e lo è proprio perché riguarda la fase prima dell’intervento. Ricapitolando: il primo passaggio è accettare la diagnosi, e divenire portatore di brutte notizie. Già questo non è semplice, in Istituto si tengono corsi per “insegnare” alle mamme come parlare della propria malattia ai figli, soprattutto se sono piccoli. Ma in generale credo che sia uno dei momenti più difficili. Per quanto mi riguarda ho cercato di incontrare le persone per dirlo con la mia voce, ho anche mentito nell’attesa di incontrare fisicamente le persone per poi, in quel momento, dire la verità. Ho anche cercato di proteggere certe anime che sentivo più fragili o già pesantemente provate non dicendo nulla. In certi casi e me ne dispiace molto la comunicazione è avvenuta via telefono, con un sms o una mail. Esiste un personaggio mitico che rappresenta questa figura? Non è Cassandra, è l’opposto di Prometeo che portò il fuoco, la luce ed è quindi forse più Pandora che Zeus invia proprio perché indispettito da ciò che Prometeo aveva fatto. Non vorremmo mai arrecare dolore a coloro che amiamo ma succede ed anche questa è una prova che abbiamo superato molto bene. Si, perché non è tanto la notizia in sé quanto la capacità di gestire il terremoto che la notizia inevitabilmente genera. Sicuramente la geografia del territorio relazionale in cui vivevamo, io e chi mi è caro, è cambiata all’improvviso. Spaesati, si dice così no? D’un tratto il paese noto sino a qualche istante prima assume caratteristiche completamente nuove, ritrovare le tracce profonde che ci legano l’uno all’altro, superare lo shock, lo stupore, l’incredulità, la rabbia, la paura, e molto altro ancora, questo è ciò che abbiamo fatto in quei giorni e che ancora adesso facciamo.

“Cosa pensi di fare?” è la prima domanda, è li che ti ritrovi a scegliere. “Non lo so, non ne sono così sicuro” dissi proprio così. Quanto ero disposto ad accettare? Togliere il dolore era il primo obiettivo e avrei preferito un intervento chirurgico ove possibile ad una chemioterapia, ovviamente con la garanzia che alimentazione e linguaggio potessero essere recuperati almeno per il 95-98%. Questo il progetto di massima. “Non ho intenzione di farmi fare a pezzettini e di passare il resto dei miei giorni in ospedale” anche questo dissi chiaramente. Lo sostengo ancora adesso proprio perché sono anche un infermiere. Diventare infermiere ha significato, per me, giurare che non avrei mai nuociuto alla Vita e che non avrei mai giudicato le scelte di un paziente. Non è un giuramento ufficiale, è un impegno che ho preso con me stesso. Non ho mai amato la forma, l’apparenza. Come paziente avevo il diritto di ricevere le cure che io sceglievo e per le quali avevo firmato un foglio di consenso, quest’ultimo diceva chiaramente che in qualsiasi momento potevo scegliere di abbandonare le cure attuate. Il fatto di possedere specifiche conoscenze ha reso tutto “più facile”? Si. Perché a certe domande avevo già risposto durante il mio percorso professionale.

La domanda è sempre quella che C, la mia monitrice del primo anno alla scuola per infermieri, fece a me e ad un compagno di corso “Affidereste vostra madre nelle mani di un collega così?” La risposta fu “No” e ciò che non va bene per chi mi è caro non va bene neppure per il paziente che ho in cura. Questa volta io ero il paziente. Un paziente rompiscatole ed esigente, molto più attento alla qualità della Vita che non alla quantità. Non giudico chi sceglie di vivere chiuso in una stanza attaccato ad respiratore, per esempio, è a me che non sta bene quella scelta. Accettare o rifiutare le cure proposte è un passo comunque difficile e fondamentale. Sia che le scelte ci riguardino in prima persona sia quando siamo chiamati a scegliere per gli altri. Terrei una persona che mi è cara chiusa in una stanza attaccata ad un respiratore? Solo se so che questo era il suo desiderio, in caso contrario farei ciò che farei per me, mi preparerei con calma per l’ultimo viaggio su questo pianeta.
Questi pensieri erano già radicati in me, la malattia li ha fatti solo maturare.

La malattia è anche quella che ti porta in un luogo dove ogni “cosa” non ha più lo stesso senso, lo stesso valore, tutto deve necessariamente essere riletto e rivalutato attraverso la lente o sotto la nuova luce della diagnosi che il medico ha espresso. A me per esempio ha dato e da ancora un senso quasi di onnipotenza. Forse riesco a spiegarmi meglio con un aneddoto.
Dopo il primo intervento smisi di fumare; ripresi lo stesso giorno che il medico mi lesse il risultato del referto istologico. Mia sorella non approvò la cosa e un mio amico le disse “Cos’hai paura che gli venga un cancro?”. Capite? Non avevo e non ho più paura, la possibilità di morire era ed è dietro l’angolo e allora cosa me ne importa di essere bello, ricco, famoso e sempre in ferie? E’ anche vero che già prima della malattia per me certe “cose” avevano scarso valore e attrattiva ma la malattia ha fatto proprio piazza pulita degli ultimi rimasugli. Libero, ecco come mi sentivo, niente che io non avessi scelto aveva potere su di me. E’ difficile da spiegare ma forse ora riuscirete meglio a capire perché “Non lo so, non ne sono così sicuro”. Guarire può anche significare perdere potere. E’ su quel terreno che forse compiamo, sicuramente ho compiuto la mia scelta: ‘fanculo anche al potere.
Ho scelto di guarire.

Sia come infermiere che come paziente mi è capitato diverse volte di sentire delle persone dire “Se tutti ogni tanto passassero di qui, in ospedale, cambierebbero atteggiamento” Mi spiace ma non è così. Certo la malattia, mia o di una persona cara, può essere occasione di cambiamento ma non è automatico. La sofferenza può essere maestra di umiltà ma la maggioranza delle persone lo dimentica subito, basta spegnere e tutto è di nuovo luminoso e brillante come prima. E non è un giudizio ma semplice constatazione. Dopo aver accettato e comunicato la diagnosi ed aver compiuto la mia scelta è iniziata l’attesa. Nell’accettazione dell’istituto il collega, un giovane infermiere sardo, mi comunicò i tempi previsti, trenta giorni circa.

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